Peter Sunde, fondatore ed ex-portavoce di The Pirate Bay, ha scritto un articolo per TorrentFreak in cui cerca di fare luce su che cosa ci sia davvero dietro la lotta alla pirateria.
Lo riportiamo integralmente nella nostra traduzione.
Due giorni fa ho letto la notizia secondo la quale The Pirate Bay sarà probabilmente bloccata nel Regno Unito. È stato deciso dalla Corte Superma, il che è divertente perché uno non si aspetta che un caso venga presentato per la prima volta proprio lì. Sembra che qualcuno abbia voluto risolvere le cose in fretta, il che basta per dar vita a domande e preoccupazioni.
Come molti di voi sapranno, una volta ero il portavoce di The Pirate Bay.
Ho lasciato il sito qualche anno fa per continuare a lavorare su Flattr e altri progetti, ma sono interessato come lo sono sempre stato alle questioni che riguardano il copyright, Internet e la censura. Continuo a seguire questi argomenti e tengo d'occhio le notizie.
Dopo aver dato una scorsa alla decisione della Corte Suprema circa il blocco di Pirate Bay nel Regno Unito, sono stato attirato dalle tattiche dell'accusa. Sembrano sapere chi gestisce il sito, ma per qualche motivo hanno deciso di non includere queste persone nel contenzioso.
Hanno messo insieme una lista di motivi, per lo più sproloqui, a proposito di quanto sia difficile trovare le persone dietro al sito. Ma lo è davvero?
Affermano ancora che io e due vecchi amici restiamo come amministratori, insieme al vecchio padrone dell'ISP che TPB aveva nel 2005. Tuttavia, hanno deciso di non includerci. (Nessuno di noi è davvero un amministratore, cosa che probabilmente sanno. In realtà, una delle persone incluse nella lista potrebbe anche non essere più in vita, sono secoli che non riusciamo a raggiungerlo).
Chi ci accusa dice di sapere quale azienda è proprietaria di TPB, ma ha deciso di non includerla nella denuncia. Chiunque abbia mai dato vita a una società sa che deve indicare un indirizzo, quindi non è poi così difficile trovare un rappresentante dell'azienda. Indirizzi e roba del genere sono sempre informazioni pubbliche.
Dunque, perché non sono inclusi? C'è una ragione più profonda che sta alla base di tutto ciò? Certo che c'è. Il loro interesse principale non è fermare TPB. Sono interessati ad adossare la responsabilità all'industria delle telecomunicazioni.Gli ISP di solito sono grandi corporation, l'industria delle telco
è, in realtà, molto più grande di qualsiasi azienda di intrattenimento.
Operano su scala globale con miliardi di utenti. Ciò significa che
hanno anche un sacco di soldi e un sacco di potenziali clienti per
l'industria dell'intrattenimento. Se le telco potessero essere indicate
come colpevoli per qualche tipo di reato, e se si dovesse sottoporre
Internet a un regime di polizia, ci sarebbero soltanto due modi
possibili per farlo.
Uno sarebbe chiudere per sempre l'attività, dato che nessuno può essere
certo che niente di illegale attraversi la propria rete. La seconda
opzione consiste nello stringere un accordo con l'industria
dell'intrattenimento.
Proprio come qualsiasi altra mafia, l'industria dell'intrattanimento
vuole i soldi del pizzo. Per evitare le cause legali, le telco dovranno
pagare. O obbligandoli a rivendere un servizio controllato
dall'industria dell'intrattenimento (come Spotify) o imponendo loro un canone mensile per ogni connessione.
La case discografiche hanno già provato a chiedere 10 dollari al mese
per ogni connessione a Internet. Ma gli altri produttori? A loro, in
realtà, non interessa questa domanda. Pornografia, film, blogger, motori
di ricerca sono tutti più grandi della musica in Internet. Quanto
saremo obbligati a pagarli?
Qualche anno fa un ISP irlandese chiamato Eircom bloccò l'accesso a TPB
da parte dei propri utenti. È stato un accordo extragiudiziale di cui
nessuno conosce i dettagli. O Eircom è stato pagato, o Eircom ha pagato.
È pura censura: Eircom ha venduto gli interessi e i diritti dei propri
utenti senza che una corte l'abbia ordinato. Per fortuna, altri ISP si
sono rifiutati di fare altrettanto.
L'industria discografica vuole davvero un caso decisivo per poter
andare a chiedere soldi dall'industria delle telecomunicazioni. Se fanno
causa a TPB non possono obbligare le telco a pagare il pizzo. Non si
tratta di salvare gli artisti: si tratta di controllare il flusso di
denaro e possedere i diritti, cosicché artisti e utenti non vadano da
nessun'altra parte.
È un'industria corrotta che va fermata!
giovedì 26 aprile 2012
Il fondatore di Pirate Bay e la mafia del copyright
Il fondatore di Pirate Bay e la mafia del copyright - Zeus News
martedì 24 aprile 2012
Diritto d'autore: male, purché se ne parli
PI: Contrappunti/ Diritto d'autore: male, purché se ne parli
Contrappunti/ Diritto d'autore: male, purché se ne parli
di M. Mantellini - Di pirateria, di copia abusiva e legale, parlano tutti. Non sempre centrando il punto, ma non tutto il male viene per nuocere. È ora che questi temi diventino agenda: il futuro non aspetta
Roma - Partiamo da un dato di fato: tutte le discussioni che riguardano il futuro della condivisione della conoscenza attraverso la tecnologia sono discussioni buone. Lo sono per una ragione molto semplice: i conservatori dell'esistente, i pochi potenti imbalsamatori della realtà all'anno zero della Rete, non hanno mai avuto alcuna passione per simili discussioni. Preferiscono un consolatorio "È così e basta" ed il ribaltamento di ogni possibile tavolo dialettico.
Così Contrappunti questa settimana dà conto di una discussione interessante che è nata sulla scia di un articolo dello scrittore Vincenzo Latronico pubblicato dall'inserto culturale domenicale del Corriere della Sera, La Lettura.
Scrive Latronico:
Vorrei parlare di pirateria. Avevo Napster quando è nato; tuttora scarico quello che posso, anche se la musica classica - che costituisce gran parte dei miei ascolti - è difficile da trovare, e in genere finisco per comprarla in versione digitale. Lo stesso vale per i film; vado al cinema spesso, ma tutto ciò che non è in sala lo vedo al computer. Le difficoltà di reperimento, o i problemi di connessione, mi spingerebbero ad abbonarmi a un servizio come Netflix (che negli Stati Uniti fornisce legalmente, dietro un piccolo pagamento, ciò che si può scaricare illegalmente), se in Italia ci fosse; ma forse per miopia legislativa, forse per mancanza di mercato, non c'è: e di comodità si fa vizio. È quasi naturale, si potrebbe quindi dire, che io scarichi i libri. C'è una ragione, però, per cui non sembra tanto naturale: ed è che coi libri io ci vivo, più o meno. In quest'ultimo anno i diritti d'autore hanno rappresentato una percentuale non irrisoria dei miei piuttosto irrisori guadagni. Il fatto che io calpesti un diritto altrui che pure spero nessuno calpesti ai miei danni può essere visto come una dissociazione, o una pia illusione, o un tentativo di free-riding, o un sepolcro imbiancato: poco importa. Lo faccio. So che non dovrei,ma lo faccio. E so, o credo di sapere, che prima o poi lo faranno tutti.
C'è molta carne al fuoco in queste poche righe (e anche nel resto del pezzo) e non ha molta importanza se l'autore abbia torto o ragione. L'importante è che se ne parli, che si confrontino posizioni differenti. Così come è importante che un inserto culturale di un grande quotidiano dia spazio ad argomenti del genere, anche fuori dalla connotazione curiosa dello scrittore autolesionista che sfavorisce se stesso.
Il pezzo di Latronico, che si occupa di molti temi importanti ai quali ci siamo in passato dedicati spesso, ha scatenato una ampia discussione in Rete, fortificata da una serie di coincidenze temporali quali la recente chiusura di Megaupload e di alcuni noti tracker torrent, le discussioni sulla normative americane (SOPA) e mondiali (ACTA) che sono in evidenza nelle cronache dei giornali in questi giorni. Nel piccolo della situazione italiana registriamo che, per la prima volta, girano timide voci di progetti per ridurre lo strapotere inefficace della SIAE, escono numeri molto eloquenti sul passaggio della musica verso il digitale, si aspetta pazientemente che gli editori di libri elettronici percorrano uno ad uno, minuziosamente, tutti gli errori che i loro colleghi discografici hanno commesso nell'ultimo decennio prima di capire, per esempio, che i DRM non sono la soluzione ad un rapporto di buon vicinato con i propri clienti (a meno non si offra loro come contropartita un ambiente complessivo molto ben strutturato ed amichevole come fa Amazon con Kindle).
Ben vengano le discussioni, magari partendo da alcuni punti fermi come quello ricordato da Giuseppe Granieri sul suo blog qualche giorno fa. La pirateria - scrive Granieri - è un fattore di sistema:
Se guardi le cose dal punto di vista del digitale (e non da quello del XX secolo), la pirateria è un fattore di sistema. È parte della natura intrinseca dei beni digitali e non trova una collocazione nella logica con cui siamo abituati a far funzionare il mercato.
Quindi, se devo scommettere la mia solita birra parlando del futuro, io credo che la soluzione non sia combatterla (cosa che assomiglierebbe a remare con un fiammifero) quanto capirla e cercare di immaginare un sistema - per l'intera industria culturale - che ridisegni valore e remunerazioni in modo coerente con il digitale.
Non va combattuta la pirateria (e magari va chiamata anche in un altro modo): vanno aggiornate alla modernità le regole e le categorie interpretative.
Il punto di vista del digitale non è più - da qualche anno ormai - lo sguardo esotico di una porzione residuale della società nei confronti di un mondo immobile. È invece il paradigma di una raggiunta normalità alla quale magari fatichiamo ad adattarci ma che non ha alcuna retroazione possibile. Essere digitali non è più l'angolo di visuale del nerd o la predisposizione sognante dell'innovatore, è invece il terreno di coltura della società contemporanea nel suo complesso. Discutere di come aggiornare il flusso delle idee e della conoscenza dentro questo nuovo network è oggi la vera priorità culturale per tutti noi. Quindi discutiamone.
Massimo Mantellini
lunedì 9 aprile 2012
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domenica 8 aprile 2012
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sabato 7 aprile 2012
domenica 30 ottobre 2011
Italia, in biblioteca si scarica gratis
PI: Italia, se in biblioteca si scarica gratis
Free MP3 Download è il servizio lanciato dalla piattaforma MusicLibraryOnLine: permetterà a tutti gli utenti di scaricare musica gratis e priva di DRM, ma per un massimo di 3 canzoni alla settimana
Roma - Si chiama Free MP3 Download ed è il nuovo servizio offerto da MediaLibraryOnLine (MLOL), la piattaforma italiana che dal 2009 permette agli utenti delle varie biblioteche associate di prendere a prestito - in maniera del tutto gratuita - contenuti digitali di ogni tipo. Dagli e-book ai film, dai quotidiani alla musica.
In sostanza, gli utenti potranno scaricare gratuitamente brani musicali liberi da vincoli di tipo DRM, potendo scegliere in totale libertà il proprio supporto preferito. L'unico limite è dettato dalla quantità massima di canzoni scaricabili in una settimana, che non può superare le 3 unità.
Giocando coi numeri, si tratterebbe approssimativamente di un album al mese, ovvero 12 in un anno. Si potrà attingere ad un catalogo di musica moderna e contemporanea, grazie alla collaborazione con i vertici di Sony Music. Al progetto Free MP3 Download si aggiungeranno i cataloghi di altre etichette indipendenti.
"Credo che per le biblioteche, nell'immediato futuro - ha spiegato Giulio Blasi di MLOL - il servizio MP3 download potrà sostituire al 100 per cento la modalità di acquisto tradizionale della musica in biblioteca. Per MLOL si tratta di un nuovo capitolo nello sviluppo di un'offerta digitale specifica per le biblioteche".
"Sony Music ha deciso di credere in questo progetto, unico nel suo genere, mettendo a disposizione il proprio vasto catalogo - ha aggiunto Lino Prencipe, direttore del mercato digitale di Sony - La partnership con MLOL avrà l'obiettivo di veicolare legalmente la musica con servizi di facile utilizzo da parte degli utenti e con nuovi e sostenibili modelli di business".
Mauro Vecchio
venerdì 7 ottobre 2011
Nascondiamo le cartelle indesiderate nella Gallery di Android
Nascondiamo le cartelle indesiderate nella Gallery di Android:
9/6/11
La gallery presente di default su Android è forse lo strumento più usato per accedere alle foto nei nostri smartphone ma, per quanto funzionale, presenta un piccolo difetto: visualizza qualsiasi cartella contenga delle immagini, anche se magari si tratta di sfondi o altri file usati da varie applicazioni e che poco hanno a che vedere con la nostra galleria personale. Il rimedio “all’antica” consiste nel creare un file .nomedia in ciascuna cartella della quale non vogliamo visualizzare il contenuto. Altrimenti basta scaricare Gallery Excluder.
(Continua...)
Leggi il resto di Nascondiamo le cartelle indesiderate nella Gallery di Android (86 words)
9/6/11
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