Un solo utente, più dispositivi. Compreso il caro vecchio libro analogico. Editori, siete avvisati: avete visto cosa è successo ai discografici? Non rifate gli stessi errori
Contrappunti/ La carta e i bit. I bit e la cartaRoma - Una delle ragioni per cui sono abbonato alla versione digitale de La Repubblica è questa: è stato il primo grande giornale italiano, dopo un periodo di stordimento iniziale che ha colpito tutti gli editori, ad offrire ai lettori un unico abbonamento digitale indipendente dalle piattaforme. Il quotidiano arriva ogni mattina su iPad, sul cellulare, sul desktop del computer. Lui insegue me e io non devo inseguire lui. Oggi sembra banale ma c'è stato un periodo in cui non lo era affatto e gli editori avevano immaginato di chiedere abbonamenti diversi per lo stesso prodotto su differenti piattaforme. Poi sono rinsaviti.
Una delle ragioni per cui sono abbonato a Internazionale è che ogni abbonato alla versione cartacea del settimanale (sottoposto come tutti alle paturnie del sistema postale italiano) riceve, compreso nel prezzo, l'accesso immediato alla versione digitale del magazine. Probabilmente in futuro non sarà più così, ma per ora ci sono momenti e luoghi nei quali la lettura su carta continua ad avere un senso, altri nei quali la velocità e l'immediatezza del giornale di bit prevalgono.
Qualche giorno fa Nicholas Carr sul suo blog citava il caso dei dischi di vinile all'interno dei quali alcune case discografiche hanno iniziato a inserire credenziali che consentono agli acquirenti di scaricare la medesima musica in formato digitale: una sorta di mutuo soccorso dove il mondo dei bit soccorre quello dei supporti, magari affascinanti ma ormai preferiti solo da una nicchia di audiofili più o meno raffinati. In attesa che le cose cambino definitivamente vecchio e nuovo ambiente giustamente si completano l'un l'altro.
Lo stesso vado ripetendo da tempo per i libri elettronici e lo stesso fa Carr nel suo articolo citato: in molti casi un certo numero di lettori (e io fra loro) sarebbero disposti a pagare il prezzo della versione cartacea di un libro a patto che all'interno di quel medesimo prezzo fosse compresa anche la versione elettronica: posso pagare (forse, e solo in certi casi) il costo di un testo in brossura, magari un romanzo di quelli ingombranti che è scomodo e pesante da portare in viaggio, oppure un manuale o un saggio che desidero poter sottolineare con una matita, ma non comprerò mai lo stesso libro due volte per averlo a disposizione anche in formato digitale.
Il mercato degli ebook mi costringe a scegliere, e un numero sempre maggiore di persone nel mondo sceglie la versione digitale. Così facendo il nuovo mercato in espansione cannibalizza quello non ancora morto dell'editoria cartacea. Nel frattempo gli editori mostrano la tendenza a compiere con esattezza gli stessi errori che l'industria musicale ha compiuto nell'ultimo decennio. Formati non compatibili, DRM, campagne di stampa sulla pirateria canaglia, un corteo di comportamenti noti e che si sperava superati suggeriscono di immaginare gli strateghi del mercato editoriale elettronico come strani esseri appena estratti da un congelatore nel quale sono rimasti ibernati negli ultimi 15 anni.
Invece che tentare di gestire la transizione conducendo i propri lettori a cavallo fra vecchi e nuovi formati, gli editori di libri sembrano oggi in dolorosa balia del nuovo. Razionali conti economici fatti a tavolino, grandi timori e antiche abitudini impediscono di invertire l'assioma secondo il quale il prodotto precede il cliente e la varietà dei formati è un comodo moltiplicatore economico. Per le aziende in cui il valore oggi si trasporta dentro pacchetti di bit sembrerebbe essere vero l'esatto contrario. Il tentativo di lasciare separati ambienti conosciuti ed inediti contesti digitali rischia di aumentare i problemi del periodo di mezzo (che nei paesi a bassa innovazione come il nostro sarà verosimilmente piuttosto lungo) e contribuisce a sedimentare un inutile risentimento verso l'ambiente digitale che non fa bene alle aziende e non giova ai lettori. Occorre elaborare il lutto e come scriveva Franco Carlini molti anni fa "rassegnarsi a collaborare, rassegnarsi alla pace".
giovedì 26 aprile 2012
Contrappunti/ La carta e i bit. I bit e la carta
Se l'anonimo smentisce l'anonimo
Roma - Anonymous attacca il sito dell'On. Binetti. E Miss Padania. E pure il sito di un parlamentare UDC. No, contrordine: non è stato Anonymous, e lo dice Anonymous. Quello vero. Ma chi è Anonymous?
la pagina oggetto di defacement sul sito di miss padania
Bella domanda. Forse bisognerebbe spiegare o ricordare a tutti da dove viene Anonymous: nasce su 4chan, in particolare su /b/, e altro non è che la rappresentazione dell'utente che posta su quella bacheca senza inserire uno pseudonimo. Se non sei te stesso, sei anonymous: anonymous è chiunque, anonymous sono io, sei tu, anonymous è nessuno. Anonymous è un'intelligenza collettiva, anarchica, in perenne mutamento, senza capi, con i singoli che entrano e escono come e quando gli pare, con chiamate alle armi fortunate che si trasformano in azioni eclatanti, e altre che muoiono da sole vittime della loro scarsa popolarità senza che il grande pubblico ne sappia nulla.
Gli esordi del "movimento" Anonymous sono dunque su 4chan, e poi sbarcano nel resto della Rete quando inizia la fantastica storia di Anonymous contro Scientology (parliamo del 2008): ne abbiamo parlato a lungo su queste pagine, tra manifestazioni davanti alle sedi della confessione delle star e dimostrazioni simboliche online. Il tutto è finito (anche) a carte bollate. Poi la cosa si è andata un po' sgonfiando, e per un po' di Anonymous si è sentito parlare meno. Ma chi resta con le mani in mano, dopo aver scoperto che si può attirare l'attenzione della stampa e dell'opinione pubblica su un tema che gli sta a cuore, semplicemente imbastendo un po' di caos in Rete? Nessuno.
E venne il momento di Wikileaks, dei cablo diplomatici, di Assange e della stretta ai fondi al sito delle soffiate. E allora Anonymous riprese linfa e vitalità: operazione su operazioni (#op le chiamano), assalti a Visa, Mastercard, Paypal. Il cannone a ioni degli anonimi (LOIC) mieteva vittime, prima solo tra chi era direttamente coinvolto nella faccenda Wikileaks, poi allargando il cerchio ad aziende e istituzioni ritenute non in linea con le aspirazioni di volta in volta ecologiste, antiguerrafondaie, anticapitaliste di chi in quel momento si metteva la maschera di Guy Fawkes e utilizzava il vessillo di Anonymous per rivendicare le proprie azioni.
La scelta di Guy Fawkes come feticcio, riprendendo a piene mani l'iconografia di V per Vendetta (pane quotidiano per chi si ritrova nelle idee movimento, manifesto del movimento anarchico soprattuto nella versione graphic novel più che in quella hollywoodiana), non è un caso: nel fumetto e nel film c'è un collettivo fatto da persone di ogni sesso, razza, religione, convinzione politica, che si ritrova unita nella causa comune di rovesciare l'ordine costituito per riportare il potere in mano al popolo. E Anonymous punta a questo: usare la Rete come strumento in mano alla collettività per riportare un po' del potere in mano a pochi nelle mani dei più (se state pensando alla faccenda dell'1 per cento contro il 99 del movimento #occupy, state pensando bene).
Ma non finisce qui, eh: Antisec, LulzSec, la guerra ai Narcos messicani, il movimento #occupy, la primavera araba, la Grecia, ci sono decine di esempi di vicende che hanno attirato l'attenzione degli Anonymous. Gli hacktivisti, il termine coniato per descrivere la nuova forma di protesta che si svolge a cavallo tra dentro e fuori la Rete, sono una comunità variegata: Anonymous è un nome collettivo, dunque all'interno di un movimento magmatico e informe si muovono personaggi di ogni tipo. Ci sono quelli che vogliono combattere il signoraggio bancario, ci sono quelli che vogliono affermare l'importanza di una riforma del diritto d'autore, ci sono coloro che sostengono a spada tratta la libertà di espressione e di informazione. Ciascuno porta avanti la propria "crociata", a volte raccogliendo il plauso di tutto il collettivo, altre volte entrando addirittura in contrasto con altre fazioni e finendo per farsi la guerra tra Anonymous. Un'autentica democratizzazione polverizzata della protesta, bellissima e praticamente illeggibile.
Anonymous è tutto questo. Non ha un capo, un comitato direttivo, un portavoce, una linea politica, una linea editoriale, una linea di comando. Anonymous è una scatola vuota: chiunque può metterci dentro quello che vuole, ciascuno può affermare di essere un Anonymous. Certo, dentro (o dietro) Anonymous ci sono hacker molto in gamba, forse i migliori in circolazione: ma ci sono anche un sacco di script kiddies, neofiti che vengono teleguidati da chi è più esperto di loro o da semplici guide trovate online, che stanno lì per fare numero. E, tutto sommato, la linea che distingue un hack da un crack, una dimostrazione dal teppismo, si sta facendo sempre più sottile: in un epoca in cui ogni giorno vengono lanciati decine di attacchi verso i bersagli più disparati, tenere traccia e garantire l'identificazione delle proteste più significative diventa complicato. Gli Anonymous hanno una dote non comune che è innegabile: sono abilissimi a gestire le relazioni coi mezzi di informazione, sfruttandoli per fare da cassa di risonanza per le loro azioni.
La scena finale di V per Vendetta (solo un link, Youtube non permette l'embed, chissà perché), versione fratelli Wachowski, è il perfetto prototipo di quanto si sta qui sostenendo. "Chi era lui?" chiede l'ispettore. E Natalie Portman gli risponde: "Era Edmond Dantès. Ed era mio padre. E mia madre. Mio fratello. Un mio amico. Era lei. Ero io. Era tutti noi". Anonymous è chiunque, Anonymous sono io, sei tu, Anonymous è nessuno.
Sostenere che gli attivisti italiani smentiscano che a violare il sito dell'On. Binetti sia stato Anonymous è una sciocchezza. Occorre mettersi in testa che non sarà più possibile identificare un colpevole, un mandante per un'azione dimostrativa: Internet è anche questo, che piaccia o no. Ci sarà un esecutore materiale, forse, ma è davvero l'intelligenza collettiva ad essere madre e padre assieme di queste iniziative. Qualunque ricostruzione giornalistica che citi "fonti interne al movimento" è destinata a fallire, a essere smentita dai fatti: uno solo o cento, tutti possono essere Anonymous. Se è stato un singolo personaggio a compiere i gesti di oggi, ha tutto il diritto di firmarsi Anonymous: che agli altri hacktivisti piaccia oppure no, nessuno può smentire o confutare che un'azione come quella di oggi sia davvero o meno un'azione di Anonymous. We are Anonymous.
Luca Annunziata
Il fondatore di Pirate Bay e la mafia del copyright
Peter Sunde, fondatore ed ex-portavoce di The Pirate Bay, ha scritto un articolo per TorrentFreak in cui cerca di fare luce su che cosa ci sia davvero dietro la lotta alla pirateria.
Lo riportiamo integralmente nella nostra traduzione.
Due giorni fa ho letto la notizia secondo la quale The Pirate Bay sarà probabilmente bloccata nel Regno Unito. È stato deciso dalla Corte Superma, il che è divertente perché uno non si aspetta che un caso venga presentato per la prima volta proprio lì. Sembra che qualcuno abbia voluto risolvere le cose in fretta, il che basta per dar vita a domande e preoccupazioni.
Come molti di voi sapranno, una volta ero il portavoce di The Pirate Bay.
Ho lasciato il sito qualche anno fa per continuare a lavorare su Flattr e altri progetti, ma sono interessato come lo sono sempre stato alle questioni che riguardano il copyright, Internet e la censura. Continuo a seguire questi argomenti e tengo d'occhio le notizie.
Dopo aver dato una scorsa alla decisione della Corte Suprema circa il blocco di Pirate Bay nel Regno Unito, sono stato attirato dalle tattiche dell'accusa. Sembrano sapere chi gestisce il sito, ma per qualche motivo hanno deciso di non includere queste persone nel contenzioso.
Hanno messo insieme una lista di motivi, per lo più sproloqui, a proposito di quanto sia difficile trovare le persone dietro al sito. Ma lo è davvero?
Affermano ancora che io e due vecchi amici restiamo come amministratori, insieme al vecchio padrone dell'ISP che TPB aveva nel 2005. Tuttavia, hanno deciso di non includerci. (Nessuno di noi è davvero un amministratore, cosa che probabilmente sanno. In realtà, una delle persone incluse nella lista potrebbe anche non essere più in vita, sono secoli che non riusciamo a raggiungerlo).
Chi ci accusa dice di sapere quale azienda è proprietaria di TPB, ma ha deciso di non includerla nella denuncia. Chiunque abbia mai dato vita a una società sa che deve indicare un indirizzo, quindi non è poi così difficile trovare un rappresentante dell'azienda. Indirizzi e roba del genere sono sempre informazioni pubbliche.
Dunque, perché non sono inclusi? C'è una ragione più profonda che sta alla base di tutto ciò? Certo che c'è. Il loro interesse principale non è fermare TPB. Sono interessati ad adossare la responsabilità all'industria delle telecomunicazioni.Gli ISP di solito sono grandi corporation, l'industria delle telco
è, in realtà, molto più grande di qualsiasi azienda di intrattenimento.
Operano su scala globale con miliardi di utenti. Ciò significa che
hanno anche un sacco di soldi e un sacco di potenziali clienti per
l'industria dell'intrattenimento. Se le telco potessero essere indicate
come colpevoli per qualche tipo di reato, e se si dovesse sottoporre
Internet a un regime di polizia, ci sarebbero soltanto due modi
possibili per farlo.
Uno sarebbe chiudere per sempre l'attività, dato che nessuno può essere
certo che niente di illegale attraversi la propria rete. La seconda
opzione consiste nello stringere un accordo con l'industria
dell'intrattenimento.
Proprio come qualsiasi altra mafia, l'industria dell'intrattanimento
vuole i soldi del pizzo. Per evitare le cause legali, le telco dovranno
pagare. O obbligandoli a rivendere un servizio controllato
dall'industria dell'intrattenimento (come Spotify) o imponendo loro un canone mensile per ogni connessione.
La case discografiche hanno già provato a chiedere 10 dollari al mese
per ogni connessione a Internet. Ma gli altri produttori? A loro, in
realtà, non interessa questa domanda. Pornografia, film, blogger, motori
di ricerca sono tutti più grandi della musica in Internet. Quanto
saremo obbligati a pagarli?
Qualche anno fa un ISP irlandese chiamato Eircom bloccò l'accesso a TPB
da parte dei propri utenti. È stato un accordo extragiudiziale di cui
nessuno conosce i dettagli. O Eircom è stato pagato, o Eircom ha pagato.
È pura censura: Eircom ha venduto gli interessi e i diritti dei propri
utenti senza che una corte l'abbia ordinato. Per fortuna, altri ISP si
sono rifiutati di fare altrettanto.
L'industria discografica vuole davvero un caso decisivo per poter
andare a chiedere soldi dall'industria delle telecomunicazioni. Se fanno
causa a TPB non possono obbligare le telco a pagare il pizzo. Non si
tratta di salvare gli artisti: si tratta di controllare il flusso di
denaro e possedere i diritti, cosicché artisti e utenti non vadano da
nessun'altra parte.
È un'industria corrotta che va fermata!
martedì 24 aprile 2012
Diritto d'autore: male, purché se ne parli
Contrappunti/ Diritto d'autore: male, purché se ne parli
di M. Mantellini - Di pirateria, di copia abusiva e legale, parlano tutti. Non sempre centrando il punto, ma non tutto il male viene per nuocere. È ora che questi temi diventino agenda: il futuro non aspetta
Roma - Partiamo da un dato di fato: tutte le discussioni che riguardano il futuro della condivisione della conoscenza attraverso la tecnologia sono discussioni buone. Lo sono per una ragione molto semplice: i conservatori dell'esistente, i pochi potenti imbalsamatori della realtà all'anno zero della Rete, non hanno mai avuto alcuna passione per simili discussioni. Preferiscono un consolatorio "È così e basta" ed il ribaltamento di ogni possibile tavolo dialettico.
Così Contrappunti questa settimana dà conto di una discussione interessante che è nata sulla scia di un articolo dello scrittore Vincenzo Latronico pubblicato dall'inserto culturale domenicale del Corriere della Sera, La Lettura.
Scrive Latronico:
Vorrei parlare di pirateria. Avevo Napster quando è nato; tuttora scarico quello che posso, anche se la musica classica - che costituisce gran parte dei miei ascolti - è difficile da trovare, e in genere finisco per comprarla in versione digitale. Lo stesso vale per i film; vado al cinema spesso, ma tutto ciò che non è in sala lo vedo al computer. Le difficoltà di reperimento, o i problemi di connessione, mi spingerebbero ad abbonarmi a un servizio come Netflix (che negli Stati Uniti fornisce legalmente, dietro un piccolo pagamento, ciò che si può scaricare illegalmente), se in Italia ci fosse; ma forse per miopia legislativa, forse per mancanza di mercato, non c'è: e di comodità si fa vizio. È quasi naturale, si potrebbe quindi dire, che io scarichi i libri. C'è una ragione, però, per cui non sembra tanto naturale: ed è che coi libri io ci vivo, più o meno. In quest'ultimo anno i diritti d'autore hanno rappresentato una percentuale non irrisoria dei miei piuttosto irrisori guadagni. Il fatto che io calpesti un diritto altrui che pure spero nessuno calpesti ai miei danni può essere visto come una dissociazione, o una pia illusione, o un tentativo di free-riding, o un sepolcro imbiancato: poco importa. Lo faccio. So che non dovrei,ma lo faccio. E so, o credo di sapere, che prima o poi lo faranno tutti.
C'è molta carne al fuoco in queste poche righe (e anche nel resto del pezzo) e non ha molta importanza se l'autore abbia torto o ragione. L'importante è che se ne parli, che si confrontino posizioni differenti. Così come è importante che un inserto culturale di un grande quotidiano dia spazio ad argomenti del genere, anche fuori dalla connotazione curiosa dello scrittore autolesionista che sfavorisce se stesso.
Il pezzo di Latronico, che si occupa di molti temi importanti ai quali ci siamo in passato dedicati spesso, ha scatenato una ampia discussione in Rete, fortificata da una serie di coincidenze temporali quali la recente chiusura di Megaupload e di alcuni noti tracker torrent, le discussioni sulla normative americane (SOPA) e mondiali (ACTA) che sono in evidenza nelle cronache dei giornali in questi giorni. Nel piccolo della situazione italiana registriamo che, per la prima volta, girano timide voci di progetti per ridurre lo strapotere inefficace della SIAE, escono numeri molto eloquenti sul passaggio della musica verso il digitale, si aspetta pazientemente che gli editori di libri elettronici percorrano uno ad uno, minuziosamente, tutti gli errori che i loro colleghi discografici hanno commesso nell'ultimo decennio prima di capire, per esempio, che i DRM non sono la soluzione ad un rapporto di buon vicinato con i propri clienti (a meno non si offra loro come contropartita un ambiente complessivo molto ben strutturato ed amichevole come fa Amazon con Kindle).
Ben vengano le discussioni, magari partendo da alcuni punti fermi come quello ricordato da Giuseppe Granieri sul suo blog qualche giorno fa. La pirateria - scrive Granieri - è un fattore di sistema:
Se guardi le cose dal punto di vista del digitale (e non da quello del XX secolo), la pirateria è un fattore di sistema. È parte della natura intrinseca dei beni digitali e non trova una collocazione nella logica con cui siamo abituati a far funzionare il mercato.
Quindi, se devo scommettere la mia solita birra parlando del futuro, io credo che la soluzione non sia combatterla (cosa che assomiglierebbe a remare con un fiammifero) quanto capirla e cercare di immaginare un sistema - per l'intera industria culturale - che ridisegni valore e remunerazioni in modo coerente con il digitale.
Non va combattuta la pirateria (e magari va chiamata anche in un altro modo): vanno aggiornate alla modernità le regole e le categorie interpretative.
Il punto di vista del digitale non è più - da qualche anno ormai - lo sguardo esotico di una porzione residuale della società nei confronti di un mondo immobile. È invece il paradigma di una raggiunta normalità alla quale magari fatichiamo ad adattarci ma che non ha alcuna retroazione possibile. Essere digitali non è più l'angolo di visuale del nerd o la predisposizione sognante dell'innovatore, è invece il terreno di coltura della società contemporanea nel suo complesso. Discutere di come aggiornare il flusso delle idee e della conoscenza dentro questo nuovo network è oggi la vera priorità culturale per tutti noi. Quindi discutiamone.
Massimo Mantellini
sabato 6 agosto 2011
Video: raffreddare l'auto ferma al sole
In piena estate ritrovare la propria macchina parcheggiata al sole bollente non è sicuramente una situazione piacevole. Per rendere l'abitacolo meno caldo si è soliti mettere l'auto in moto e guidare per un po' con i finestrini completamente abbassati passando, nel caso ciò non fosse sufficiente, direttamente all'aria condizionata. I giapponesi però sembrano aver trovato un metodo efficace e molto semplice per raffreddare l'auto.Come possiamo vedere nel video in alto, la tecnica consiste nell'abbassare il finestrino del conducente e aprire e chiudere velocemente per cinque volte quello del passeggero. Questo consente di creare una corrente d'aria che abbassa la temperatura interna portandola ad un valore più vicino a quella esterna e quindi più sopportabile. Nell'esperimento documentato dal filmato, la temperatura esterna è di 30,5 gradi mentre quella dell'auto è di 41,6 gradi. Una volta praticata la tecnica del finestrino, la temperatura all'interno dell'abitacolo scende a 33,5 gradi
domenica 31 luglio 2011
Conoscenza senza limiti
Contrappunti/ Conoscenza senza limiti
di M. Mantellini - Internet è un abbonamento flat alla cultura, alla scoperta, alla ricerca. Internet permette di fruire di musica, sport, notizie, arte. Internet permette tutto quello che la TV non può e non potrà permettere mai
Roma - Mio suocero ama il calcio. Gli piace seguirlo in TV. Non credo sia l'unico, visto che da qualche tempo esistono offerte televisive a pagamento pensate per spettatori come lui. Pagando una cifra mensile, attorno ai venti euro, gli appassionati del pallone, quelli che pur tifando una qualsiasi squadra di prima grandezza non disdegnano di seguire la partita di qualsiasi altra compagine, accedono ad una formula "all you can eat", dove il problema principale è quello dello zapping televisivo per riuscire a seguire più match in contemporanea.
Io non seguo il calcio, ma posso capire che un abbonamento mensile del genere possa dare discrete soddisfazione a molti appassionati, ed anche rovinare qualche matrimonio, ma ogni volta che mi capita non posso non paragonare quella cifra al costo della mia ADSL casalinga. Per una somma simile a quella necessaria per seguire il campionato di calcio, attraverso lo stesso doppino in rame che una volta portava le parole in interurbana dei parenti lontani, entra in casa nostra il mondo intero. Tutte le informazioni possibili, lo streaming di Al Jazeera dalla Libia in fiamme, mia figlia che di là sta ascoltando su Youtube Mina a Milleluci negli anni '70, la faccia e le parole degli amici via Skype, gli aggiornamenti in tempo reale dai quotidiani di tutto il mondo, la musica (tutta la musica, per la precisione), le enciclopedie, i podcast in francese di mia moglie, i miei amati blog, i pensieri degli amici su Friendfeed, le chat dell'altra mia figlia su Facebook. E potrei andare avanti a lungo.
I venti euro mensili del collegamento alla Rete sono i soldi in assoluto meglio spesi dalla mia famiglia, ogni mese, da oltre un decennio a questa parte. In una ipotetica classifica di gradimento ed utilità vincerebbe per abissale distacco. Se volessi essere il ragioniere che non sono e paragonassi quella spesa ai dieci euro al mese che verso alla RAI per il canone annuo, al costo di un quotidiano in edicola, al prezzo del biglietto del cinema o a quello di una cena in pizzeria, o anche semplicemente al costo di un'orgia di partite di calcio da assaporare sul divano di fronte ad uno schermo, mi verrebbe da dire che al mondo c'è un sacco di gente strana, che quelli che ragionano se sia il caso di fare un contratto in banda larga ("che tanto io su Internet ci sto poco") siano dei pazzi, e che il valore che il fiume di bit che raggiunge la mia casa è oggi incomparabilmente maggiore di qualsiasi altro servizio che la moderna società dell'informazione mi offre.
Io, sarò naïf, ma se fossi una compagnia telefonica non mi preoccuperei tanto di costruirmi una reputazione pensando contenuti da vendere agli utenti attraverso le linee DSL: le tratterei invece, quelle linee, come fossero oro zecchino, quelle uova d'oro sulle quali la gallina telefonica se ne sta seduta, lasciando ad altri l'ingrato compito di battagliare per la conquista dell'attenzione della clientela collegata. Io, sarà anche scioccamente elementare, ma se fossi lo Stato lavorerei perché il maggior numero di bambine di otto anni come mia figlia potessero scoprire in Rete, da sole, "La pioggia di Marzo" cantata da Mina quarant'anni fa: e questo non per ragioni scioccamente elitarie, ma perché curiosità, gusto personale e scoperta sono i motori della cultura di ogni società e andrebbero incentivati in ogni maniera possibile.
Quando sento dire in giro che l'ADSL costa troppo, io roteo gli occhi disperato (spesso quelli che lo affermano custodiscono in tasca telefoni da 700 euro) e penso in quale grande condizione di inferiorità mi troverei se il mio ISP un giorno mi chiedesse: "Tu quanto sei disposto a pagare per il tuo collegamento a Internet?".
Per le stesse ragioni, declinate ribaltando il tavolo e guardandolo da sotto, io voglio che la connessione alla Rete sia disponibile per tutti, non per quella retorica un po' stantia dell'esercizio di un diritto astratto da declinare (ne sentiamo discutere tanto, specie ultimamente) ma per quel sentimento di simmetria con il quale ai tempi del liceo ti precipitavi dal tuo compagno di banco a fargli ascoltare quanto fosse bello il nuovo disco della band tal dei tali.
Se la nazione scopre il nuovo disco capolavoro del proprio gruppo rock preferito non si precipita a farlo ascoltare ai suoi cittadini? Una brava nazione lo farebbe, eccome, a tutti i costi e senza esitazioni, anche se in quel momento piovesse, anche se non avesse ancora terminato i compiti per domani.
I nostri diritti, compreso quello di accedere ad un patrimonio immenso come quello di Internet, partono come sempre da noi e non dalla data di pubblicazione su una qualche Gazzetta Ufficiale. Se le cose non le si vogliono, talvolta capita per davvero che non si avverino. Ma come in tutte le cose l'educazione conta, e molto. E l'educazione, questo tipo di educazione alla rete, in questo paese manca abbastanza. È molto una faccenda di soldi, e di scelte orientate alla crescita del Paese, e introducendo un simile tema di questi tempi ovviamente si apre un mondo (e polemiche e distinguo); in ogni caso non saranno certamente i venti euro della DSL mensile ad avere un peso.
Massimo Mantellini
Manteblog
mercoledì 22 dicembre 2010
Come imparare l’inglese in modo semplice online!
Come saprete, ormai l’inglese è la lingua più importante da conoscere soprattutto per quanto riguarda il lavoro. Voi non non lo conoscete bene? Vorreste imparare nel modo più veloce e semplice possibile? Allora usate EnglishCentral! Un servizio online completamente gratuito che vi darà a disposizione diversi video in inglese con i sottotitoli italiani, divisi per difficoltà, per imparare in modo graduale e semplice l’inglese!
lunedì 20 dicembre 2010
Progetto Nuova Vita: dona un computer usato a chi ne ha bisogno
Probabilmente molti di voi con il nuovo anno si accingeranno a cambiare computer, magari per acquistarne uno più potente e veloce o anche solo più moderno. Prima di portare alla discarica quello vecchio vale la pena dare un’occhiata al sito di Progetto Nuova Vita, l’associazione no profit creata da Massimiliano De Cinque, di Olgiate Olona in provincia di Varese, che ha come scopo quello del ritiro e rigenerazione di computer usati da regalare poi a chi ne ha bisogno: scuole, anziani, bambini. Le condizioni essenziali sono che il PC sia funzionante e non più vecchio di 10 anni. Al resto ci pensa Progetto Nuova Vita che nel frattempo ha creato una pagina di sostenitori su Facebook e un sito web dove sono pubblicati i punti di raccolta sul territorio a cui si possonoe portare i Pc usati. Nel frattempo si vogliono creare anche punti di stoccaggio lavorando con le amministrazioni comunali,visto il numero crescente di PC usati che vengono consegnati. I Pc vengono rigenerati e controllati e donati a chi ne fa richiesta, spesso si tratta di computer in cui non funziona più solo un componente, e che opportunamente rigenerati, possono essere ancora utili per le funzionalità principali.
Privati e aziende in procinto di dismettere i vecchi computer possono contattare Progetto Nuova Vita e accordarsi per il ritiro. In questo modo si dà una mano anche al problema della rottamazione e riciclo dei componenti insiti nei computer, molti dei quali contengono sostanze inquinanti, ovviando allo smaltimento dei rifiuti tecnologici. Insomma a metà tra ecologia ambientale e solidarietà umana l’associazione Progetto Nuova Vita chiede l’aiuto di tutti per rendere l’alfabetizzazione informatica davvero alla portata di ogni cittadino.